Sto scrivendo un articolo su Dollhouse come serie, e l’episodio andato in onda il 23 ottobre, “Belonging”, conferma a mio avviso alcune "forze" e alcune debolezze di quest'intrigante serie whedoniana: è uno dei migliori episodi di Dollhouse, e anche uno dei più cupi, e dei più tristi (in una serie che già normalmente non è una passeggiata di salute, eh!). Dal punto di vista del plot aggiunge poco (gli eventi descritti, e cioè il “rapimento” e la “messa in schiavitù” di Sierra erano già emersi nel corso della prima stagione), ed è un ammirevole “studio” morale su tre personaggi piuttosto ambigui come Adelle DeWitt, Boyd e Topher. Però risuona “piatto”, emotivamente: e’ vero, ora Sierra riposa nel suo scrigno con Victor, ma sono sempre anime spente, volutamente spente, in fuga da passati orribili, pronte a rialzarsi domani con una nuova identità, ma non ancora famiglia. E ormai, visto anche il consistente declino di rating, è troppo tardi. Semplicemente troppo tardi.
Dollhouse è quindi l’ultima tappa di un cammino stilistico intellettualmente apprezzabile ma emotivamente freddo, e francamente spesso anche deprimente. Oggetto di culto, forse, la cui “novità” (il concetto di anima e quello di personalità, ciò che rende gli umani…umani, etc.) potrebbe tornare in una nuova serie all’impronta del “Once more, with Feeling”, ancora una volta, ma con piu’ sentimento. Almeno mi auguro, da fan di Whedon non della prima ora

Baci!
Roberta